I SEGNI DEL SACRO AD USMATE VELATE

 

A Ermanno Riboldi, con vero affetto.

PRESENTAZIONE

 

Nel  percorso storico che ha determinato lo sviluppo delle rappresentazioni del sacro, trattato nell’introduzione generale, si è evidenziato, tra le tappe fondamentali, un forte impulso verso la diffusione del culto della Madonna, a partire dal 500. Anche sul nostro territorio, a più riprese questa spinta ha determinato la proliferazione di rappresentazioni mariane. Un primato che deriva e si consolida attraverso la convinzione di considerare la Madonna, “protettrice universale”. La sua forza d’intervento è ritenuta, superiore a qualsiasi altra intercessione. Una fama, quella di Maria, che la vede nella veste di mediatrice verso Dio, in grado di placare l’ira divina prima che s’abbatta sull’umanità.

Velate ed Usmate non fanno eccezione e come buona parte dell’Italia, volgono le loro maggiori attenzioni verso la Madonna, dichiarandola in tutte le dedicazioni possibili. Uno spazio decisamente più limitato, rivestono altre figure di santi e beati, tutti comunque comuni anche alle altre località limitrofe.

La storicità della maggior parte dei siti indagati è prossima alla fine dell’ottocento o ai primi anni del novecento. Possiamo con cognizione di causa, per un  paio di dedicazioni alla Madonna, spostarci e collocare l’origine, indietro di qualche secolo, anche se le riproduzioni che oggi possiamo vedere, sono sempre abbastanza recenti.

 

Le due raffigurazioni privilegiate  sono la Madonna del Passin a Velate e quella del Drighett a Usmate. La prima, una struttura che da semplice luogo di ricovero nei campi, ha visto nel tempo edificare, a protezione dell’immagine della Madonna, una costruzione muraria di una certa importanza. Negli archivi pertinenti alla nobile famiglia Giulini, rintracciamo l’indicazione che nell’anno 1837, il bosco ceduo forte della Tamburina, detto “alla Madonna” viene sostituito con il coltivo da vanga, ipotizziamo che tale indicazione possa riferirsi all’attuale “Madonna del Passin” identificando così un toponimo radicato da tempo nel territorio.

DRIGHETT E PASSIN

Il luogo era senz’altro tappa in occasione delle Rogazioni, note in Brianza anche come “I Litanei”, nel percorso che si sviluppava dalla chiesa parrocchiale. Una processione che si svolgeva durante i tre giorni che precedevano la ricorrenza dell’Ascensione e che aveva lo scopo di garantire una buona riuscita dei raccolti e una protezione verso i fenomeni atmosferici che potevano segnare negativamente un’intera annata di lavoro nei campi. Evidente l’importanza che tale pratica assumeva, la processione che partiva dal sagrato della chiesa, con due chierichetti, come ci tramanda in una sua descrizione il Motta cultore della Brianza e autore di libri ad essa dedicati,

ROGAZIONI 2
…reggeva aperto davanti a sé il grosso “Rituale” nero delle precì

“Uno con il campanello e l’altro con il secchiello dell’acqua santa e l’aspersorio. Subito dopo veniva il Curato che reggeva aperto davanti a sé il grosso “Rituale” nero delle precì. Seguiva il solito gruppetto di donne ed anziani disponibili”. La descrizione continua “Si stabilivano in precedenza delle tappe per i posti di raccolta dei contadini sparsi nei campi un po’ ovunque. Come udivano il campanello, i paisan sì schieravano con i loro arnesi in mano (chi la falce, chi la roncola, chi il forcone o la vanga) ai lati della carreggiata. Poi il prete aspergeva gli astanti ed i campi con ampi gesti e recitava l’antichissima preghiera per i terreni coltivati: “Benedica Dio la fertilità dei nostri terreni e ci conceda di raccogliere i loro frutti al cento per uno per una copiosa messe in esultanza”.

La pratica descritta è sempre stata tollerata dalla chiesa, benché collegata a culti pagani dell’epoca pre cristiana, che non erano mai usciti dal sentire comune dei contadini, per i quali la riuscita del raccolto era irrinunciabile, quando i guasti, provocati dalle intemperie avrebbero determinato conseguenze disastrose per gli stessi. Sottolineiamo nell’atteggiamento della chiesa una di quelle “sovrastrutture”, che hanno voluto indirizzare, a proprio favore, i sentimenti genuini che erano e sono alla base di simili manifestazioni. La Madonna rappresentata è quella del Rosario, tanto che ancora oggi sopravvive l’usanza e l’atto di fede, di recitare sul luogo il Rosario, specialmente nel mese di Maggio.

PASSIN CORONA
La corona di stelle cinge il capo delle due divinità

Un chiaro riferimento a quanto espresso nelle presentazione generale, relativo al perduto sentimento religioso, lo possiamo cogliere nell’osservare la rappresentazione che oggi vediamo. Nel corso degli anni i restauri, a cui è stata sottoposta l’immagine, hanno determinato con evidenza quella perdita di alcuni significati iconografici originali, che erano serviti da messaggi codificatori in tempi in cui l’analfabetismo la faceva da padrone e dunque la capacità di una corretta lettura e la trasmissione di un’idea, era demandata al linguaggio delle immagini. Nel dettaglio segnaliamo la corona di stelle, che attornia il capo della Madonna, rimando all’iconografia dell’Immacolata, al vero queste dovrebbero essere dodici, nel nostro dipinto ne appaiono solo undici forse il restauratore poco rispettoso del significato simbolico ha tralasciato la dodicesima per problemi di spazio oppure la dobbiamo immaginare nascosta dal copricapo bianco sulla sinistra della Vergine. Altra osservazione, al lavoro del restauratore, è riferita alla forma data alle stelle con otto punte, la tradizione ne contempla solo sei per un preciso significato legato al mistero dell’Incarnazione che si rappresenta con due triangoli intersecati l’uno nell’altro: nell’antichità questo simbolo fu attribuito a Maria, luogo d’incontro tra il Cielo e la Terra. L’altra Madonna che è altrettanto, se non più nota la troviamo ad Usmate, è quella del Drighett. La sua storicità si ferma all’inizio del novecento, a li risalgono le notizie della sua esistenza.

MOLGORA E DRIGHETT
Il torrente Molgora, nella sua prossimità il tabernacolo a protezione delle antiche epidemie e delle esondazioni del corso d’acqua

La sua leggenda è più antica, la Madonna è ricordata per la protezione che garantì agli abitanti di Usmate negli anni in cui imperversava la peste. L’immagine della Madonna e il valico del torrente sono indicati come il limite estremo del contagio, che non arrivò mai in paese, per l’evidente intercessione della Madre di Dio. Aggiungiamo un breve racconto che narra la leggenda, attingendo dalla pubblicazione “La Madonna del miracolo”, di Salvatore Longu.“Un pastorello, dopo aver trascorso l’inverno in paese col proprio gregge, ai primi caldi primaverili avrebbe mosso gli armenti verso la collina. Appena uscito fuori dalle poche case e attraversato il ponte di legno sulla Molgoretta, pare si sia inginocchiato e abbia pregato la Madonna per averlo protetto dalla peste.”

Interessante quanto emerge dallo stesso libro, a cui si rimanda per una trattazione esauriente, sulle virtù che il Longu attribuisce alla Madonna, in relazione al luogo in cui è raffigurata. In sintesi le attribuisce la capacità di proteggere l’abitato di Usmate e i suoi abitanti dal pericolo rappresentato dal corso d’acqua a regime torrentizio capace d’ingrossarsi e uscire dal suo alveo causando, come si dice, “morte e distruzione”; l’invocazione alla Madonna era necessaria per preservarsi da tale calamità.

MADONNA DEL DRIGHETT IL DIPINTO MURALE
Madonna del Drighett Il dipinto murale che ancora giace sotto l’attuale riproduzione.

Le informazioni che riguardano la rappresentazione indicano nel 1988 la posa di una tavola dipinta da Romano Morzenti, pittore bergamasco, che andò a coprire un precedente dipinto murale. Quando nell’anno 2009, l’allora parroco Don Meroni, fece restaurare il dipinto, fu possibile fotografare l’antico murale. L’odierna Annunciazione ricalca parzialmente il dipinto murale che giace coperto dalla nuova opera. L’elenco delle rappresentazioni della Madonna continua con una pittura murale, ancora ben conservata, alla località Bettolino, nella così detta “corte rustica”. La figura riporta ad una Madonna con bambino che negli attributi si riconduce genericamente ad una evoluzione della madonna del Rosario. Per certi versi ricorda l’iconografia della rappresentazione del Passin. Opera di mano esperta ed ispirata. Ancora al Bettolino in posizione celata, nella corte nobile salendo una scala interna, a ridosso del retro dell’esercizio di ristoro presente nella corte, l’angusta scala conduce ad un’immagine della Madonna dai tratti elementari, priva di pretese stilistiche, che vestita di rosso con il mantello blu denota un’origine non recente. Il luogo in cui è collocata, alla sommità della scale dove si apriva il lungo corridoio che portava alle “zona notte” rievoca memorie comuni a chi in quegli anni bambino, ricorda con trepidazione e paura la salita verso quel buio, la sera quando era il momento di coricarsi, ed appunto in prossimità dell’immagine, presenziava l’unico punto di luce che serviva da guida verso le stanze, rendendo un minimo sollievo ai giovani paurosi.  Abbiamo notizia e solo qualche frammento di riproduzioni fotografiche, di una ulteriore simile rappresentazione, alla corte Giulini. Atti inconsulti e prossimi al vandalismo, hanno deturpato l’immagine che è stata, in seguito, scriteriatamente ricoperta d’intonaco.

BETTOLINO PARTICOLARE
L’opera del Bettolino, una Madonna del Rosario

Segnaliamo ancora una pittura con soggetto la Madonna, sempre alla corte Giulini, su una parete esterna verso est. Una rappresentazione che mostra la divinità in piedi, con in braccio il bambino, vestita di rosso e azzurro, che richiama quella poc’anzi descritta del Bettolino, anche se a differenza della precedente, è opera di mano più esperta ed il cui autore dimostra di aver compreso appieno ed interpretato correttamente il motivo ispiratore legato alla cultura “dell’icona” a cui si riferisce nella sua produzione. La posizione del dipinto, nelle prossimità in cui era posta la così detta “fopa”, luogo di raccolta delle acque meteoriche, riconduce ad una protezione invocata verso un bene primario come l’acqua. Nei pressi della corte su una parete diroccata di un capanno posto nella campagna, ritornando verso la strada principale, si coglie sulla parte alta di quello che resta di un dipinto, un frammento di viso, che riconduce ad una probabile Madonna. Come nelle cascine, anche nei capanni di campagna, utilizzati durante l’allevamento dei bachi, per ricavarne ulteriore spazio e un reddito finale accresciuto, la presenza di segni di devozione erano irrinunciabili. Ancora la cascina Belgioiosa, sotto il portico d’ingresso, mostra una Madonna denominata “ Maria S.S. dei miracoli”, opera dell’artista locale Iginio Gatti che l’aveva dipinta nel 1992 in sostituzione di un dipinto, sempre della Madonna, non più recuperabile.

corrada
Cascina Corrada la “Curt di Masalà”

Per Usmate, salendo ai “Dossi” in una delle sue corti, cogliamo sotto un portico una cornice vuota, al suo interno, ci dicono, era rappresentata una madonna dalle sembianze prossime a quelle viste in precedenza, l’informazione si completa segnalando che nello stesso complesso abitativo, sotto il portico di una costruzione adiacente a quella della cornice vuota, si può apprezzare una Madonna che nelle sembianze, ricorda quella scomparsa. Ci spostiamo alla cascina Corrada ai confini del territorio di Usmate per censire l’ultima rappresentazione pittorica di una madonna. All’interno della “Curt di Masalà”, la Madonna con bambino che regge la corona del rosario e posta su alcune nuvole, le teste di due cherubini, completano un dipinto di fattura recente.

Riconducibili a riproduzioni di pitture famose, due altre emergenze, la prima alla cascina Brugorella, nel cui androne d’ingresso è posta una riproduzione che riprende lo stesso soggetto di un quadro, della parrocchiale di Velate, che possiamo vedere, protetto da una bacheca in vetro all’esterno della chiesa. La rappresentazione rimanda ad una delle Madonne dipinte dal Murillo, pittore spagnolo del 1600. Alla cascina Vega sempre in Velate la riproduzione di una Madonna del Carmine, la cui immagine è mutuata da uno di quei “santini” tanto popolari tra la fine dell’ottocento e fin oltre il termine della seconda guerra mondiale.

Oltre a quella che abbiamo censito segnaliamo diverse “Madonna di Lourdes”, concentrate nella zona dei “Dossi” di Usmate, dove un evidente spirito emulativo ha generato da una prima grotta di Lourdes edificata nel 1954 una serie di altre realizzazioni in scala dello stesso soggetto. Rappresentazioni dell’apparizione si incontrano ancora a Usmate a ridosso dell’oratorio dove sappiamo e abbiamo immagini di un crollo avvenuto alla struttura che l’ospitava nel 1950.  In seguito fu riedificata nella forma di “grotta” che oggi vediamo.

Rappresentazioni in scala ridotta e contenute in nicchie protette da vetri sono all’interno della cascina “Belgioiosa” e ancora alla “Camparia”. Nel panorama delle statue  che raffigurano la Madonna, segnaliamo quelle di dimensioni importanti come l’Immacolata, riprodotta in azzurro o bianco in una raffigurazione, che prende piede dopo la promulgazione del dogma, dell’Immacolata concezione nel 1854 da parte di Pio IX, che troviamo  alla Corte Grande e alla cascina Canatori a Velate, la Madonna con Bambino alla corte Giulini, al Mongorietto, ed alla cascina Angioletta. Una statua di fattura meno recente e per certi versi meno seriale delle altre è quella del Mongorio

impari
La Madonna con Bambino posta nella nicchia a Impari Inferiore

Giungiamo ad Impari Inferiore per ammirare una statua di medie dimensioni che pensiamo di un certo pregio e abbastanza vetusta, L’unicità della rappresentazione, con la Madonna in rosso e blu, la posizione del Bambino che la Madonna regge al grembo, tra le braccia, in posizione centrale, con un atteggiamento di  tenerezza profonda, ne confermano la qualità. Lo stato di degrado evidente con sfogliature del colore e scheggiature della statua, segnalano la necessità  di un esame attento che ne possa stabilire l’età e di un restauro che possa restituirla ad una dovuta dignità.

Nella centrale via Vittorio Emanuele ad Usmate una statua di fattura particolare della Madonna Assunta. Posta all’altezza del numero 26 in posizione elevata in una nicchia. Due angeli ai lati s’impegnano ad elevare ai cieli la Vergine. La fattura è di un certo contenuto stilistico ed è realizzata in ceramica. Le notizie raccolte sono solo frammentarie. Lo stabile   faceva parte del complesso dei conti Borgia a cui si potrebbe attribuire la messa in opera della statua. Dalle testimonianze raccolte si conferma la sua presenza già alla fine dell’800.  

vittorio emanuele
Madonna tra gli Angeli. La nicchia posta in via Vittorio Emanuele ad Usmate

La rassegna relativa alla Madonna si completa con la così detta Madonna del bosco della Cassinetta. Una statua posta su una alta colonna alla cima della collina, volge lo sguardo verso il sagrato della parrocchiale di Velate, dove su una analoga colonna è posta la statua del Redentore. Oggi il redentore volta le spalle alla Madonna,  in origine prima della sistemazione del sagrato e il relativo spostamento della colonna, le due divinità si fronteggiavano. L’anno dell’edificazione riportato sulla base della colonna del Redentore indica l’anno 1900. Ad Impari Superiore la presenza in una nicchia che probabilmente aveva contenuto una statua, viste le dimensioni, oggi presenta un bassorilievo in ceramica della Madonna del Buon Consiglio come indica la scritta in latino. Sempre nella stessa località all’altezza del civico 53 nella corte storica, due Madonne. L’Immacolata presente nell’abitazione di destra, rimanda ai ricordi che ancora sopravvivono nella memoria di un abitante, quando le zie, le sorelle Fumagalli, allora decenni, avevano portato alla cascina, utilizzando una bicicletta, la statua dell’Immacolata che il parroco Alborghetti, aveva acquistato per sistemarla nel portico della casa. Gli anni erano quelli prossimi al 1940.

Nel territorio di Velate due segni del sacro riconducono alle epidemie di peste che più volte hanno imperversato nel passato. In prossimità della cascina San Rocco, una croce di metallo posta sul margine della strada ricorda il luogo dove venivano sepolte le vittime della pestilenza, si tratta molto probabilmente della terribile peste del 1524.

CRUSON
Il “Cruson” nei pressi della cascina San Rocco

Gli abitanti del posto chiamano questa cascina “Ul Crusunn”, dove sembra che in passato fosse posta una più possente croce di materiale lapideo. La dedicazione della cascina, al santo di origine francese che deciso a raggiungere Roma in pellegrinaggio si dedicò sulla strada del ritorno alla cura degli appestati, sottolinea la vocazione del luogo. Nella cascina in passato era posta in una nicchia una statua di San Rocco che risulta trafugata e mai più rimpiazzata. Un’ulteriore stele in pietra con alla sommità una sfera sormontata da una croce campeggia nei pressi dell’oratorio dedicato a San Felice, mausoleo dei Giulini posto al limitare del cimitero di Usmate. La zona nota in alcuni documenti come  “Lazzaretto” rimanda alle frequenti pestilenze dei secoli XV, XVI e XVII. Esso serviva per il ricovero dei contagiati. Nella fattispecie sono da ricordare le pesti di San Carlo, 1576 e quella manzoniana, 1630. Alla base della stele  un masso in pietra con un incavo chiuso da un coperchio in ferro, dove la tradizione vuole si deponessero le offerte in soldi e in natura per i malati.

SAN SEBASTIANO
La pittura murale con San Sebastiano

Lo sguardo volge ora alle altre divinità raffigurate sui muri. La parte nord di Velate le racchiude in pratica tutte. Principalmente figure legate alla vita contadine che dovevano proteggere ed intercedere presso le divinità superiori affinché la vita grama e difficile della gente fosse tutelata, principalmente per la buona riuscita del raccolto sia agricolo che dei bachi, così come la stessa assistenza fosse estesa agli animali allevati. Possiamo evidenziare, come a differenza della Madonna, protettrice universale e dunque intercettore, nei bisogni morali e materiali, queste altre divinità fossero impegnate in un intervento di sostegno, verso i bisogni più propriamente materiali, che erano irrinunciabili per la gente, che conduceva una vita sempre in bilico, su un baratro che purtroppo molto spesso li inghiottiva. Partiamo dalla corte Giulini, espressione di quell’edilizia destinata ad accogliere le manovalanze dedite ai lavori agricoli e di allevamento per incontrare in rapida successione San Sebastiano, raffigurato legato ad un palo, che la tradizione vuole rappresenti una pianta di alloro è trafitto da alcune frecce. La leggenda racconta, che Sebastiano soldato romano, aveva aiutato i cristiani, per questo fu condannato al supplizio delle frecce. Creduto morto fu salvato da una donna la vedova Irene che lo curò sino alla guarigione. Il santo deciso nella sua azione, continuò nella sua opera di condanna alla religione pagana, sostenuta degli imperatori romani, tanto da subire una nuova pena, che lo porto alla morte. L’iconografia legata al supplizio, indirizzò il culto del santo alla protezione degli uomini, in caso di pestilenze. Tale consuetudine fu determinata appunto dalle frecce che nella mitologia erano servite ad Apollo per mandare agli uomini la peste come racconta Omero nell’Iliade. Da “allontanatore della peste” per gli uomini, il passo verso la più generica protezione delle epidemie e quelle degli animali in particolare è breve, tanto da assurgerlo al ruolo di “soccorritore” degli animali. Invocato nei momenti di bisogno quando le stalle erano colpite da epidemie, che potevano segnare il destino di famiglie in cui la parte di reddito legato al “bestiame” era di vitale importanza. Il giorno della ricorrenza, la benedizione delle bestie era un momento atteso e irrinunciabile. La presenza del santo raffigurato nelle cascine e alcune volte addirittura nelle stalle, come testimonia il frammento di pittura individuato alla cascina Mongorietto, si lega indissolubilmente a questa precisa e cercata protezione.

Di popolarità più ampia ed articolata la figura del beato Giobbe, in dialetto Sajòp, la consuetudine di raffigurarlo, trova il suo massimo sviluppo negli anni a cavallo tra 800 e 900. Lo identifichiamo oltre che alla Corte Giulini, anche al Dosso dove rimane solo l’impronta della sua effige in un dipinto di scarsa leggibilità. Rappresentato quasi nudo, su un cumulo di letame coperto di piaghe da cui si generano gli agognati bachi da seta. Alle sue spalle un albero che rappresenta il gelso, una mano, avvicina a se un ramo, ed attraverso questa via i bachi, dalle ferite del beato, salgono alla pianta dove alcuni bozzoli di seta, sono già confezionati. Una rappresentazione mutuata e successivamente elaborata, dalla pena che Satana aveva suggerito d’infliggere a Giobbe per verificare l’autenticità e la forza della sua fede. Una valenza aggiuntiva, che lega la venerazione del Beato alla bachicoltura, è la data in cui era celebrato, che per inciso non era fissa, ma cambiava da località a località, segnando i giorni del 26 Aprile e del 10 Maggio, questo lasso di tempo, comprendeva il periodo in cui, per tradizione, aveva inizio l’allevamento del baco da seta.

GIOBBE
Alla Corte Giulini la rappresentazione del Beato Giobbe

 

Il beato Giobbe ritenuto da sempre una prerogativa quasi esclusiva della Brianza, ha visto nel corso dei tempi, mutare questa convinzione tanto da ricondurre la sua origine a luoghi molto lontani. Il filo conduttore sembra essere a ragione la diffusione della seta e più specificatamente l’allevamento del baco. L’origine del suo nome, nella parlata dialettale “Sajòp” ci riconduce ad un toponimo veneziano che suona molto simile come pure il calabrese “Santu ciuoppu”. Lo studioso Zanier, associa Giobbe con il profeta Ayubb, in una leggenda persiana, dalle chiare similitudini con quella del beato, si racconta che dalle piaghe del profeta si sarebbe generata la prima coppia di bachi da seta. Questa origine indiscutibilmente islamica, in aggiunta alla giudaicità del nome Giobbe, citato appunto nella Bibbia, sarebbe stata fonte di diffidenza per l’ortodossia cristiana, che pur non proibendo, tale venerazione, è sempre stata senz’altro tiepida, verso Giobbe non riconoscendogli mai il titolo di santo, ma solo quello di beato. In definitiva una tradizione consolidata in aree dell’Asia, prossime al mar Caspio e nel nord Africa, che al seguito della lavorazione della seta e della connessa bachicoltura, approdarono in Occidente ed in particolare in Italia. Dobbiamo riconoscere l’enorme importanza, che ebbe l’attività dell’allevamento del baco da seta, per i contadini e quanta preoccupazione e attenzione era posta in essa. Nasce dunque dalla necessità di condurre a buon fine il lavoro, il ricorso a protezioni  considerate infallibili e di sicuro successo. La serie si completa con Sant’Antonio da Padova, che troviamo sempre alla corte Giulini, una presenza singolare che trova qui l’unica effige presente sul territorio, ma che evidentemente aveva qui una devozione sentita. La protezione del santo si stende su una vasta umanità, garantendo patronato agli orfani, ai bambini in genere, alle donne sterili, a quelle in attesa, fa maritare le nubili, guarisce i ciechi e dal noto proverbio “Fam truva quel che me manca”, aiuta nel recuperare gli oggetti smarriti. La tradizione, lo dice capace di compiere anche tredici miracoli in una sola giornata.

Ai confini del territorio di Usmate, sulla strada che una volta era la via diretta verso Vimercate, una singolare presenza alla Cascina San Carlo, dove  in una piccola nicchia posta sopra la porta d’ingresso del civico numero 30, rintracciamo una riproduzione  di San Carlo. La notizia che ho raccolto porta all’inizio del Novecento, quando il committente, dell’edificio, volle dedicarlo a San Carlo, per ricordare il padre che portava lo stesso nome del Santo. In tempi in cui le strade erano prive delle pertinenti indicazioni stradali,  il nome del Santo divenne identificativo, oltre che per la costruzione, anche per  la località stessa.

Ci troviamo a chiudere la rassegna segnalando, con le poche informazioni incomplete raccolte, come altre innumerevoli rappresentazioni simili siano purtroppo scomparse a seguito di abbattimenti ristrutturazioni e distruzioni gratuite. La maggior parte di queste sono solo nella memoria di chi aveva vissuto i luoghi, scomparsi o profondamente modificati.

CASCINA S ANNA
Una singolare rappresentazione dell’Arcangelo Raffaele, purtroppo persa nella ristrutturazione della Cascina S. Anna

 

Di poche ci resta una frammentaria documentazione fotografica, che citiamo e riproponiamo. Nelle adiacenze della corte Giulini la cascina Sant’Anna, di fattura pregevole e di poco posteriore alla precedente, una profonda ristrutturazione ne ha stravolto i connotati, l’androne delle scale, nella costruzione originale conteneva una rappresentazione dell’Arcangelo Raffaele.  La citata corte Giulini, ricorda una rappresentazione della Madonna, di cui possediamo una foto, poco nitida. Per finire nel centro di Velate nella scomparsa “curt del Campè” il ricordo di una nicchia con la Madonna.

RINGRAZIAMENTI:

Desidero rivolgere,  il più  profondo e cordiale ringraziamento, al Signor Ermanno Riboldi, che mi ha condotto con pazienza e intraprendenza alla scoperta dei più nascosti “segni del sacro” censiti. Un grazie alla Signora Rosella Penati, responsabile delle relazioni con il pubblico per il Comune di Usmate-Velate a cui mi sono rivolto  digiuno o quasi,  di conoscenze dei due paesi e mi ha fornito i giusti “agganci” oltre ad innumerevoli “dritte” nel corso della ricerca. La competenza e disponibilità del Signor Luigi Casiraghi Presidente del gruppo “GA99”  è stata di prezioso aiuto, grazie alle sue cognizioni artistiche e non solo. Non possiamo poi dimenticare la disponibilità e i contributi acquisti nel corso del censimento. Tutte le persone interpellate  ci hanno concesso l’accesso alla loro proprietà e sono state disponibili a scavare nei lori ricordi e nella loro memoria per fornirci ogni informazione che abbiamo sollecitato o che spontaneamente hanno voluto trasmetterci e che in definitiva sono servite a dare un volto e vita  a questa ricerca.

                                                                                                                                                 Paolo Cazzaniga

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